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24 Set
Scritto da 

La mattanza nell’educazione, verso un futuro sottotitolato.

Una riflessione, un pensiero che avevo pubblicato come nota sul mio profilo facebook ma che ho il desiderio di riproporvi anche sul nostro blog, armatevi di pazienza...

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Ma come si pronuncia in inglese “e-book”? Forse “ebok”, forse “ibuk”, forse “ibak” o forse…iiiiiiboh! E facebook? Questo di sicuro lo sapranno tutti perché si sente ovunque ma se pensiamo a parole come e-learning, business,  addiction,advertising, account, login, net-meeting,  skype, file, byte, hacker, i-Pad, i-Phone  - e l’elenco potrebbe essere esteso all’infinito -  la cosa si fa più complicata ed allora è forse meglio per i non addetti ai lavori lasciar perdere!

Di certo “ebook” è semplice, perché fin da piccoli ci hanno insegnato che “the book is on the table”,  ma poco importa se il “book” si sia evoluto divenendo “e-book” e che quest’ultimo non sia più “on the table” ma “into the eBook reader”, ancheperché già da quest’anno l’Italia avrà finalmente la sua personalissima pronuncia delle parole inglesi che saranno tutteitalianizzate! Esatto, avete capito bene, si pronunceranno proprio come si scrivono, esattamente come tutte le altre parole del nostro vocabolario, non è forse una bella notizia?  Basta con gli imbarazzi,  la grande rivoluzione è già avviata e presto raggiungerà il suo acme e nel breve, anzi brevissimo futuro, l’Italia sarà finalmente ancora più vicina all’Europa e… al mondo!

 Ma cosa sto dicendo? Forse è solo farneticazione perché è vero esattamente il contrario: da quest’anno l’Italia prenderà esattamente la direzione opposta rispetto all’evoluzione culturale che sta investendo la società moderna, la società dell’informazione e della conoscenza condivisa, della ricerca,  la società dei social network e delle grandi rivoluzioni tecnologiche e sociali, ma soprattutto la società della comunicazione, una comunicazione che non può prescindere dalla conoscenza delle lingue e dell’inglese in particolare.

Sembrava ormai assodato che l’inglese, l’informatica e l’impresa (le tre  “i” della Riforma Moratti, ve le ricordate?) sarebbero state le discipline che avrebbero dato slancio alla nuova cultura dell’istruzione italiana -  e fino a qualche tempo fa ci avevamo pure creduto - ma stando a come si sono messe le cose le tre “i” ben presto staranno solo ad indicare le iniziali ripetute di un'unica condizione che contraddistinguerà la scuola del futuro: ignoranza!

E si, perché la stagione  delle tre “i” all’italiana è già iniziata con la mattanza, avviata “per legge” dagli istituti scolastici, degli insegnanti specialisti di inglese, quelle figure professionali che avrebbero dovuto dare ai nostri figli gli strumenti per comprendere “oggi” la società di “domani”,  quegli insegnanti - per la maggior parte giovani e precari -  che si sono formati alla lingua inglese dopo anni di studio a spese proprie e di pellegrinaggio da una scuola all’altra, da nord a sud, da est a ovest e che già da quest’anno si vedranno spodestati nella loro funzione educativa dai generalisti, quegl’altri,  quelli cioè di ruolo che hanno alle spalle decenni di insegnamento nelle varie discipline, quelli cioè che hanno cominciato ad insegnare quando internet non era nemmeno  un insieme di lettere, quella categoria di insegnanti sprovvisti delle specifiche competenze ma che in men che non si dica saranno “istruiti” e abilitati all’insegnamento di uno degli idiomi del domani: a loro basteranno semplicemente  40 ore di durissima formazione. Durissima, sia ben chiaro!

 Specialisti contro generalisti, precari contro insegnanti di ruolo, istituzioni contro presidi, genitori contro insegnanti, insegnanti contro se stessi. Tutti contro tutti allora, ma secondo “disegni” ben confezionati attraverso i quali ci vogliono far credere che il futuro non è pubblico, ma privato. Il privato? Ma cosa stiamo dicendo? Badate bene, il mio non è un discorso mosso da ideologie politiche o da interessi di parte, piuttosto una lunga riflessione maturata nel corso della mia formazione come psicologo anche scolastico, come attento osservatore dei mutamenti in atto nella società tecnologica contemporanea ma soprattutto una riflessione maturata dalla mia convivenza con persone che hanno subito l’ “involuzione” della istituzione scuola senza mai sentirsi parte di essa, e che sono state investite dallo tsunami di incertezze che ha travolto - riforma dopo riforma – il loro presente, il loro passato e che presto travolgerà la loro dignità di professionisti  e inevitabilmente la loro dimensione umana, cosa ancor più grave.

 Certo, la scuola ha un costo non indifferente per il bilancio di uno Stato, ma bisogna  pur scavare per portare alla luce un tesoro. E i bambini? Qualcuno vuole pensare a loro? Beata fanciullezza, dico io: nessun pensiero, nessuna preoccupazione, solo divertimento e qualche frustrazione per  aver ottenuto un giocattolo piuttosto che un altro. Ma di certo loro non sapranno mai che oggi più di ieri il loro futuro sarà  segnato da scelte sbagliate fatte non dai loro genitori , già vittime dei tempi che cambiano e che con tanta fatica li crescono secondo quello che ritengono sia il  modo migliore, quanto piuttosto da politiche per la formazione che hanno pensato bene (o male!)  di non scavare affondo nel terreno fertile della cultura e dell’educazione, perché ciò ha un costo,  ha un prezzo che “qualcuno” ha deciso che non si dovrà pagare oggi, ma domani. Beati bambini, beata fanciullezza e… “chi vuol esser lieto, sia: di doman  non c’è certezza.”

 Una cosa ci tengo a dire rispetto a quanto argomentato in precedenza. Nutro un grossissimo rispetto per tutti: insegnanti e non, generalisti e non generalisti come anche per tutte le persone che lavorano e hanno contribuito con fatica e con non poche difficoltà a rendere la scuola italiana una grande istituzione, riconosciuta in tutto il mondo per le sue qualità e per le sue punte di eccellenza,  ma sono convinto che il corpo, o almeno quello che ne rimane, di docenti e non ben comprenderà che quanto dico non è poi così inverosimile e che per questo, sono sicuro, perdonerà questa mia devianza culturale.

 Fatte la dovuta premessa, riposizioniamo la spada di Damocle: ma basteranno 40 ore a maestri e maestre ad acquisire le necessarie conoscenze e quindi ad insegnare inglese? Se la tempistica è questa allora possiamo ben sperare per il futuro dei nostri bambini soprattutto in considerazione del fatto che le loro capacità di apprendimento sono per ovvie ragioni superiori a quelle di un adulto di 40 anni, l’età media appunto di coloro che si apprestano a formarsi per l’insegnamento di questa lingua. E se ce la fanno i “mediamente quarantenni” in così breve tempo figuriamoci dunque le menti fresche e affamate di sapere di fanciulli irrequieti che in men che non si dica, sono convinto,  impareranno quasi per magia quella lingua che aprirà  - ovviamente a chi la conoscerà – del futuro non solo le porte ma anche le …“windows”!Che? Vabè! Certo forse la sto facendo troppo complicata, dopotutto che sarà mai: ma stiamo o no parlando di un inglese di base, quello delle elementari? Colori, numeri,quattro frasi e dritti a casa a giocare alla play station! Play che? Ci risiamo!

 E poco importa se nell’incertezza del giusto i futuri maestri di inglese diranno loro che “e-book” si pronuncia proprio come è scritto ,“e-book”, magari farcendo il suono con qualche caratteristica o folkloristica deflessione dialettale…sono convinto che i nostri giovanissimi, il futuro dell’Italia,  impareranno ugualmente a destreggiarsi nel mare di informazioni e di conoscenze che la rete Internet offre loro.  Useranno forse i traduttori istantanei, come tra l’altro già stanno facendo, oggi magnifici  strumenti per confondere le idee ma che sono sicuro si faranno via via più raffinati e precisi. Sono convinto che  superati gli imbarazzi iniziali forse riusciranno a farsi capire o magari dall’altra parte dello schermo qualchedun’altro insegnerà loro la giusta pronuncia e la giusta espressione da usare a seconda delle circostanze, dopotutto…come si dice: l’esperienza insegna!     

 Ma voglio concludere queste mie considerazioni lasciando voi  a riflettere su una questione molto importante e forse difficile da intuire nell’immediatezza: ma quanta conoscenza si può acquisire e quindi trasformarla in competenza vivendo solo di sottotitoli? Mi spiego meglio e cercherò di farmi meglio capire con una pseudo-barzelletta inventata ad hoc,  giusto per l’occasione: un italiano, un tedesco e un giapponese vanno al cinema a vedere un film che sarà proiettato in lingua originale, ovviamente inglese. A ciascuno è offerta la possibilità di vederlo in inglese nella stessa sala o  con i sottotitoli nella propria lingua accedendo a sale differenti. Il giapponese e il tedesco optano per assistere alla proiezione nella medesima sala e senza sottotitoli,  poiché comprendono bene l’inglese; l’italiano invece sceglie la sala con la proiezione sottotitolata. Alla fine del film i tre si incontrano all’uscita e si scambiano una loro prima impressione su quanto appena visto:

Allora,”  chiede loro l’italiano, “vi è piaciuto?
E i due, quasi coralmente: “yes,  it was great!!!”.
E a te?” ribatte in un ostentato italiano il tedesco all’amico della pizza, pasta e mandolino, il quale prontamente risponde: “So and so!

Bene, la barzelletta è finita, non vi fa ridere? Poco importa, perché non fa ridere neanche a me.

...lunga vita a tutti.
Vincenzo Cammareri

Vincenzo Cammareri

Psicotecnologie.it- Osservatorio di Psicologia sulla Società Tecnologica Contemporanea

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