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25 Maggio 2010 Scritto da  Nicla Panciera

Il primo cyborg è inglese: addio parole, si comunica con il pensiero

Cyborg - Warwick«Se una mucca si intromettesse ora nella nostra conversazione con il muggito degno di un baritono, difficilmente riuscirei a capire quanto sta tentando di dirci. Del tutto analoga sarà la percezione che nel futuro avremo di quel vecchio, stupido e antiquanto modo di comunicare chiamato discorso».

Parola di Kevin Warwick, docente di cibernetica all'Università di Reading, in Gran Bretagna, e primo uomo bionico. «Non è più fantascienza e non è una questione di tecnologia. Essere uomini e donne bionici non significherà solo un potenziamento delle prestazioni del nostro cervello, ma la possibilità di essere dotati di nuove facoltà oggi impensabili, come comunicare con il pensiero con i nostri simili, pensare in quattro o cinque dimensioni, non limitarci ai cinque sensi».

Anche i più assuefatti alla tecnologia e ai suoi gadgets non possono che restare stupefatti di fronte alle promesse - e agli esperimenti pioneristici condotti sul suo stesso corpo - dell'unico uomo che ha collegato il proprio sistema nervoso a un computer e l’ha messo in Rete, riuscendo a comunicare «telegraficamente» con la moglie, a spostare oggetti lontani migliaia di chilometri da sé e a sperimentare percezioni tecnicamente extrasensoriali. «Se oggi usiamo già supporti esterni per potenziare le nostre capacità di calcolo e memoria, perché non integrarli nel nostro corpo? Perché non permettere che la nostra memoria diventi la memoria delle macchine?», si chiede, nemmeno troppo provocatoriamente, lo scienziato inglese, che ricorda come l’high tech renda possibile integrare una serie di oggetti nell’organismo, come nel caso degli arti artificiali in fibre di carbonio, che possono diventare migliori degli originali umani, oppure degli impianti cocleari che ridanno l'udito e delle retine artificiali.

Per Warwick, che nel 1998 si è fatto impiantare un microchip a radiofrequenza nel braccio sinistro e nel 2002 innestare un centinaio di microelettrodi nelle terminazioni nervose dello stesso arto, il prossimo passo - spiega - «sarà un impianto cerebrale per realizzare la comunicazione direttamente da cervello a cervello. Tra sette, al massimo 10 anni».

«Se fossimo cyborg - racconta - avremmo una visione del tutto diversa del mondo davanti a noi: cambierebbero radicalmente i sistemi educativo e sanitario, non solo la comunicazione interpersonale. Dobbiamo continuare a indagare il funzionamento cerebrale, ma intanto siamo in grado di creare un cervello biologico partendo dai neuroni dei ratti. Adeguatamente stimolati, formano delle reti neuronali che vengono poi impiantate nei robot, dove le connessioni si rafforzano con l'esperienza. Si tratta di apprendimento vero e proprio».

[...]

Warwick promette una rivoluzione. «Temo che, oggi, l'aumento sempre più evidente delle differenze sociali sia una conseguenza della tecnologia - afferma -. Ci sono infatti diseguaglianze enormi tra le stesse società. Dopotutto, noi voliamo da un continente all’altro, anche se una larga fetta della popolazione mondiale non se lo può permettere». Lo scenario, però, potrebbe cambiare radicalmente. L’uomo bionico - sottolinea - apre prospettive allettanti, come l'affrancamento dai lavori più monotoni e usuranti, e una trasformazione del concetto di tempo libero, uno «spazio» da dedicare ad attività davvero stimolanti, enfatizzate dalle facoltà cognitive e sensoriali generate dalla simbiosi biologia&macchine. E non basta. «I miei test, come quelli per far “crescere” un cervello, permettono di gettare luce sul suo funzionamento, rispondendo a questioni mediche essenziali, come il trattamento e la cura di pazienti colpiti da ictus, Alzheimer o Parkinson». E progressi in questi campi - sottolinea - stanno a cuore a chiunque, anche a chi si dichiara contrario alle sconvolgenti ibridazioni da cyborg.

Tutto bene, dunque? Non proprio. I rischi per l'essere bionico - come per qualunque creatura - sono in agguato. «I segnali inviati del computer - conclude Warwick - potrebbero “colonizzare” sia il cervello sia l’organismo, alterandoli, tanto da diventare veri e propri virus». Il mondo biologico e quello tecnologico devono ancora imparare a conoscersi.

Fonte:
http://www3.lastampa.it/



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