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09 Febbraio 2011 Scritto da  Elvira Serra

Le parole che non ti ho detto (a voce)

chat-computer

C’è chi chatta in casa con i figli e chi manda una email per avvisare che la cena è pronta. Abbiamo smesso di parlare?

Barbara Crivellaro è una donna sull’orlo di una crisi di nervi. Trentanove anni, avvocato amministrativista, racconta come è cambiata la sua vita, personale e professionale, ai tempi di Internet.

«Prima, le riunioni di lavoro duravano un’ora, i telefonini c’erano, ma nessuno si sognava di tenerli accesi durante un meeting; adesso vanno avanti per tre ore, interrotte continuamente da chiamate, email, sms che implicano pause e riprese». La posta elettronica è diventata la sua peggior nemica. «I colleghi mi mandano messaggi pieni di allegati: un tempo c’era il fax ed era facile fare le annotazioni a margine. Ora devi aprire un documento dopo l’altro, non sai quando finisce, e il bello è che dopo poco il tuo interlocutore ti manda un’altra email e ti chiede: allora, hai visto? Cosa ne pensi?». Messaggi dispersi. «In una tale mole di sollecitazioni si perdono gli inviti degli amici per l’aperitivo o la cena. Ma anche lì, accidenti!, non possono fare una telefonata? Perché non ci parliamo più con la bocca?».

Alberto Marinelli insegna teorie e tecniche dei nuovi media alla Sapienza di Roma. Due figli di 23 e 18 anni, Giulia e Daniele; ammette di chattare con loro la domenica pomeriggio, quando ognuno è nella sua stanza, davanti al proprio computer, nello stesso (stesso!) appartamento: «Caffè?», chiede uno, e gli altri si ritrovano poi in cucina per una pausa. «Non la vivo come una deprivazione dei nostri rapporti umani. L’isolamento non è certo colpa delle tecnologie, semmai della capacità interrelazionale degli individui. A costo di provocare, aggiungo che nessuna tecnologia isola come la lettura di un libro, momento durante il quale non vogliamo essere disturbati». Spiega che dal punto di vista percettivo, per chi ha meno di 35 anni, parlare attraverso uno strumento tecnologico o faccia a faccia è la stessa cosa. «Ormai la letteratura internazionale, a partire dai saggi dello spagnolo Manuel Castells, è concorde nell’affermare che per le generazioni più giovani non c’è soluzione di continuità tra online e offline. Non si può quindi dire che si parli meno». Usa Today è di tutt’altro avviso. Il quotidiano statunitense ha sentenziato che il 2010 è stato l’anno in cui abbiamo smesso di parlare. Dal mandare email durante la cena all’aggiungere un post su Facebook nel bel mezzo di un appuntamento fino a chattare seduti in platea mentre sul palco Canio uccide Nedda e Silvio e sta per esclamare: «La commedia è finita!».

Alla saturazione era arrivata anche la giornalista Susan Maushart, che ha raccontato i sei mesi di disconnessione totale, lei che era abituata a dormire con l’iPhone, nel saggio The Winter of Our Disconnect. «Io e i miei tre figli ormai non ci guardavamo quasi più negli occhi. Letteralmente mandavo loro dei messaggini per avvisarli che la cena era pronta». Lo stesso sistema adottato dalla famiglia (allargata) Sacks a Vienna, che si è raccontata sulla rivista Ikea Family Live: otto persone dagli 11 agli 87 anni, vivono insieme in due appartamenti adiacenti. È stata mamma Brigitte a dire: «La nostra grande famiglia è come una piccola impresa e tra di noi comunichiamo con la posta elettronica. Se mandi un’email, in dieci minuti ti rispondono tutti. Scrivo persino a Monika in camera sua per avvisarla che è pronta la cena».

Questo tipo di comunicazione non è necessariamente un impoverimento per la psicoanalista milanese Giuliana Barbieri. «È chiaro che una conversazione fatta al computer o tramite smartphone non può essere sostitutiva della comunicazione a tu per tu, per sua natura arricchita da tutto un sistema mimico gestuale. Al tempo stesso non possiamo demonizzare gli strumenti tecnologici, di per sé né diabolici né cattivi. Sono anzi facilitanti a volte. Semmai osservo che le parole, così mediate, spesso vengono sovradosate: si scrive "ti amo" quando in realtà non corrisponde allo stato d’animo». Il verdetto di Usa Today non si può estendere in maniera acritica. Il sociologo dei media Mario Abis, per esempio, dal suo punto di osservazione sulla Business Community, nota che al contrario l’uso della parola parlata è cresciuto. «Nei contesti aziendali la diffusione delle email rende necessari chiarimenti verbali. Mai come adesso le agende nelle imprese sono dense di appuntamenti, meeting, workshop. Dunque non si può pensare a una tendenza generale univoca. E non è un caso che le trasmissioni con maggiore audience siano proprio quelle basate sul parlare. Aumenta la linguistica dell’implicito: "non ho capito, ci sentiamo?"».

Non sono comunicazioni sostitutive, si aggiungono alla conversazione face to face anche per il collega di Abis, Paolo Anselmi, docente di psicologia della comunicazione sociale alla Cattolica di Milano. «Il dato reale è che abbiamo iniziato a scriverci di più, ed è un arricchimento, non è il segnale di un minor investimento sul piano relazionale. Non solo c’è un ampliamento qualitativo dei contatti, ma la relazione non è necessariamente limitata al mondo virtuale: spesso ritrovare amici o compagni di scuola su Facebook prelude a incontrarli di nuovo. Di persona».

Per gentile concessione dell'Autrice

Fonte:
http://www.corriere.it



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